23 Jul
Globalizzazione, delocalizzazione e rispetto dei diritti umani; uno studio
Posted on 2008 under Attività Produttive, Incontri, Sociale |
Sempre facendo riferimento al workshop di cui ho parlato ieri, vi riporto i risultati di uno studio da parte del ICSR (Italian Centre for Social Responsability) sul tema Globalizzazione, delocalizzazione produttiva delle imprese itailiane e politiche di salvaguardia e valorizzazione dei diritti umani.
Il questionario usato come base è stato suddiviso in 5 parti, per un totale di 35 domande, quasi tutte a risposta chiusa o a scelta singola o multipla. Le cinque parti erano: 1)anagrafica delle imprese 2) iniziative di delocalizzazione produttiva al’estero 3) impatto dei processi di delocalizzazione sulla forza lavoro in italia 4) l’impatto della delocalizzazione sulla forza lavoro nei paesi di destinazione 5) esperienza aziendale e sostegno sociale sia in italia che all’estero per leimprese delocalizzatrici. Inoltre la ricerca è stata completata con una serie di interviste dirette.
I settori di chi a risposto ai quesiti sono stati fabbricanti di macchine e apparecchiature elettriche, elettroniche e ottiche (21%), industrie tessili e dell’abbigliamento (13%) ,fabbricazionedi prodotti chimici e e di fibre sintetiche e artificiali (13%), fabbricazione di macchine ed apparecchi meccanici (13%), altre industrie manifatturiere (13%), fabbricazione di articoli di gomma e materie plastiche (8%), industria del legno e dei prodotti in legno(8%). Il 68% delle imprese dichiara di venedere all’estero tra il 40 e il 70% della produzione, addirittura il 18% fattura all’estero più del 70% del proprio giro d’affari.
CSR E DELOCALIZZAZIONE: LUCI E OMBRE
Adozione di codici etici
Nonostante molte imprese dichiarino di aver adottato codici etici che regolino i valori nei rapporti interni, esterni e anche verso le consociate estere, rimane il dubbio riguardo una reale efficacia. Sovente infatti risultano assenti controlli e sanzioni, pertanto raramente questi strumenti conducono ad una reale migliormento della condizione dei lavoratori.
Più importante il processo della verifica dei risultati conseguiti
Appare emblematico il fatto che una gran aprte consideri un progesso il fatto di aver adottato un “processo”(ovvero usare il codice) senza valutare troppo gli effettivi miglioramenti che può aver portato. E’ necessario in questo senso impegnarsi per garantire una maggior trasparenza sulla condizione dei lavoratori a tutti i livelli, dalla produzione alla fornitura, coinvolgendo tutti gli stakeholders e le comunità locali sia del paese di origine che di destinazione.
La formazione è l’elemento centrale
Molte imprese hanno investito nella formazione del proprio personale con corsi di addestramento e aggiornamento, questo anche indipendentemente dalle norme di riferimento. Oltre a un indubbio incremento allo sviluppo ed alla crescita aziendale, questo ha contribuito a al capitale di conoscenza e competenze dei paesi di destinazione.
Dialogo e coinvolgimento dei lavoratori
Molte imprese sostengono di aver profuso impegni in questo senso, anche nei confronti dei dipendent nelle sedi estere con incontri a scadenza fissa e formalizzati per lacostruzione di una cultura aziendale, per cementare il senso di coesione e appartenenza all’impresa.
Gestire le conseguenze sull’occupazione della delocalizzazione
Ai licenziamenti, a detta delle aziende, si ricorre in pochissimi casi. Si registra comunque l’attivazione di una serie articola di strumenti, quali il prepensionamento e/o di incentivo all’esodo, cassa integrazione e collocazione presso consociate, partner, fornitori o clienti, supporto di consulenza per la ricollocazione professionale.
DELOCALIZZAZIONE E DIRITTI DEI LAVORATORI
Lavoro minorile e obbligatorio
Questo argomento appare meno sentito, anche se non irrilevante, nei paesi denominati PECO(Paesi dell’Europa Centrale e Orientale),anche in virtù della loro recente adesione all’unione europea. Gli intervistati dichiarano tutti che non vi sia presente alcuna forma di sfruttamento nel’ambito delle attività sotto il loro diretto controllo, ma non lo escludono per quanto rigurda i fornitori. Sono stati usati criteri di monitoraggio da parte di terzi indipendenti e controlli a campione. Nella maggior parte dei casi comunque si demanda la cosa alle dichiarazioni di conformità dei fornitori.
Condizioni di lavoro e salari
La maggioranza si adegua agli standard del PPA (Parità di Potere di Acquisto), ancora molto distanti dai livelli Occidentali, particolarmente per paesi in via di sviluppo. Comunque si segnalano casi di imprese che innalzano la retribuzione in modo da mantenere una manodopera migliore e più qualificata.
Sicurezza e salute sul posto di lavoro
La situazione a tal riguardo nei suddetti paesi PECO appariva drammatica soprattutto nei primi anni ‘90. Le aziende dichiarano di aver introdotto, ancora prima degli adeguamenti UE, standard analoghi a quelli previsti dalle norme italiane. Dobbiamo comunque considerare come la consapevolezza che la sicurezza sia un problema rilevante, sembra essere presente in quasi tutte le aziende intervistate, con adozione di adeguamenti degli impianti anche se non appare ancora diffusa la piena adozione di sitemi di gestione e diregimi di controllo. Nei paesi in via di sviluppo lasituazione sembra ancora più arretrata.
Relazioni con sindacati e rappresentanze dei lavoratori
Nei paesi di delocalizzazione si nota ancora un certa arretratezza, dipendente dallo statodi sofferenza e mancanza di rappresentatività di alcune associazioni sinadacali ma,ina larga parte, diipendente da ostacoli e impedimenti di altra natura. Si preferisce spesso agire a livello di rappresentanza dei lavoratori dello stabilimento. In molti paesi in via di sviluppo accade che la libera associazione sia addirittura vietata per legge, creando una situazione ben peggiore a quanto avviene nei paesi PECO.
Gli ostacoli alla diffusione delle iniziative di CSR nei paesi di delocalizzazione
Questo punto appare interessante soprattutto per il dato particolare che, stand agli intervistati, nei paesi in via di sviluppo gli impedimenti non siano quasi mai di natura economico-finanziaria, ma per mancanza di attitudine, conoscenza, consapevolezza, da parte delle imprese locali, delle istituzioni e dei governi. Inoltre la CSR (garanzia di Responsabilità Sociale delle Imprese) non sia riconosciuta dal mercato e dai consumatori come un reale fattore critico di successo.
Vi ricordo che lo studio è stato effetuatto dall’ ICSR (Italian Centre for Social Resposability)
Vi ricordo l’appuntamento di stasera a Montecchio Maggiore (vedi l’articolo del 18 Luglio)









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